Antonino Melis

Missionario Linguista

Provenienza: 
Tuili
Risiedo: 
Parma PR
Italia

Antonino Melis

Missionario Linguista (Parma)

Sono nato nel 1953, a Tuili, piccolo paese della Marmilla ai piedi della grande Giara. Dopo le scuole elementari e medie ho frequentato il liceo classico Siotto Pintor di Cagliari, dove ho conseguito la maturità nel 1972.
Mi sono successivamente iscritto alla Facoltà di scienze, corso di laurea in Scienze Biologiche, e mi sono laureato nel 1976, con una tesi sperimentale dal titolo “Preferenze trofiche degli scarabei stercorari dell’altipiano della Giara”. 
Intanto, mentre frequentavo l’Università, ho intrapreso alcune attività culturali e sociali nel mio paese di origine. Ho fatto parte e ho collaborato attivamente al rinnovamento dell’Associazione Proloco di Tuili, promuovendo tra l’altro alcune ricerche sulle tradizioni orali del paese, purtroppo rimaste inedite. In quegli anni l’Associazione è stata la prima a far sentire un grido di allarme per lo stato di incipiente degrado del paesaggio boschivo della Giara, dopo l’apertura di alcune strade che permettevano finalmente alle automobili di raggiungere facilmente l’altipiano. 
Inoltre sono stato tra i primi membri e poi responsabile del Gruppo Folk Sa Jara di Tuili, fondato nell’oratorio della locale parrocchia di San Pietro, grazie all’azione dell’allora parroco Don Tonino Meloni. E’ stata l’occasione per una ricerca storica che ha portato alla ricostruzione del costume tradizionale tuilese, grazie ai pochi esemplari ancora esistenti e ad alcuni documenti d’archivio. 
Dopo la laurea sono entrato come stagista nel laboratorio di analisi cliniche della Seconda Clinica Pediatrica dell’Università di Cagliari. E’ stato in questo periodo che ho deciso finalmente di cambiare completamente la mia vita e seguire il desiderio che avevo da anni di diventare missionario in Africa. Per questo ho lasciato la clinica proprio nel momento in cui mi veniva offerta una borsa di studio e quindi la possibilità di una carriera ospedaliera come biologo. Entrato nell’Istituto Saveriano per le Missioni Estere di Cagliari nel 1978, ho frequentato i due anni di filosofia nella locale Facoltà teologica del Sacro Cuore e al termine sono andato ad Ancona per l’anno di noviziato, dopo il quale ho proseguito gli studi di teologia a Parma, nella casa-madre dei Saveriani. 
Ordinato sacerdote nel settembre del 1983, sono partito, per la Francia per lo studio del francese, prima di raggiungere il Ciad, a cui ero stato destinato, nel settembre del 1985. 
Eravamo in tre, P. Gianni Abeni, espulso dal Burundi, P. Piero Pierobon, mio compagno di ordinazione, e io. Dovevamo prendere una missione che gli Oblati di Maria Immacolata lasciavano per mancanza di personale. In realtà poi abbiamo capito che le missioni erano due: quella di Bongor, abitata dai Masa e affidata a me, e quella di Juman, a 60 km, in gran parte abitata dai Marba, ma con altre minoranze. 
Sono stato fortunato, dopo qualche giorno mi hanno mandato a Kumi con il P. Jean Goulard, OMI francese, per l’introduzione alla lingua, alla cultura e alla pastorale tra i masa. Un uomo di grande intelligenza, che mi ha trasmesso non solo le sue conoscenze, ma soprattutto la sua passione per la gente e per il Vangelo. E’ stato lui infatti a inventare la “trasmissione orale della Parola” per adeguare l’annuncio alla cultura locale, cultura eminentemente orale come tutte le culture tradizionali africane. Invece di imparare a memoria una “dottrina”, i catecumeni imparano ampi brani del Vangelo, cosa per loro facilissima perché non avendo scrittura tutto il loro sapere viene tramandato per via orale. 
Quei sei mesi con lui sono stati tanto determinanti per il futuro della mia missione, da farmi considerare il suo discepolo e continuatore, mentre lui, dieci anni dopo, per motivi di salute, dovette rientrare in Francia, dove, dopo tante sofferenze ci lasciò. 
Sull’aereo che da Parigi ci portava a N’Djamena in quel 16 settembre dell’85 pensavo: se non imparo la lingua non resto. Ero già convinto, ancora prima di arrivare, che se si vuole ben lavorare bisogna farsi uno con la gente, cercare di entrare il più possibile nella sua cultura, conoscere la sua storia e le sue aspirazioni, essere capace di comprendere quando vengono ad esporre i loro problemi, ho fatto di tutto per raggiungere questo scopo. Ero arrivato da biologo, esperto in esami di laboratorio, com’ero prima di entrare dai saveriani, con microscopio, vetrini e coloranti, pensando che mi sarebbero serviti. A Parigi, mentre studiavo la lingua, avevo frequentato un corso di medicina tropicale, ma tutto questo non è servito. I casi della vita hanno fatto sì che da biologo mi trasformassi in linguista! Il P. Goulard aveva scritto poche pagine di grammatica e incominciato a redigere delle schede di dizionario. E’ stato lui a darmi tutto il suo materiale e a spingermi a continuare. Così, dopo aver copiato una ad una, a mano – non c’erano ancora i computer – tutte le sue 1500 schede, negli anni successivi ne ho aggiunto ancora circa 3000. C’era il materiale per creare un buon vocabolario. Nei primi cinque anni, ho passato tanto tempo a girare per la savana, ho dormito nei villaggi, ho dato tempo ai rapporti umani. Certo all’inizio non è stato facile, non avendo alcuna esperienza, ma dirigevo due parrocchie, Bongor e Jarway, ciascuna con una dozzina di villaggi. Gli altri due confratelli erano a 60 km, ma la domenica venivano a Siyeké dove risiedevo, e stavamo insieme fino al mercoledì mattina. Nella stagione delle piogge, da maggio a fine settembre, ci vedevamo di meno perché la strada si interrompeva e loro venivano solo ogni tanto con una barchetta a motore. 
Nel 1990 gli OMI si sono ripresi Bongor, proprio appena il P. Carlo Girola da Gunu-Gaya mi ha raggiunto per lavorare insieme. Ci siamo riuniti quindi tutti a Juman, Carlo ha mantenuto la parrocchia di Jarway, mentre io ho cominciato, con poca voglia, a studiare il marba, lingua della stessa famiglia del masa. Non avendo molto lavoro, ho approfittato dell’offerta della nostra Direzione Generale, per fare nuovi studi a Parigi, dove ho studiato linguistica per due anni, vivendo in una parrocchia di periferia ospite dell’equipe sacerdotale di Bondy. 
Mentre terminavo gli studi è giunta la notizia che gli OMI lasciavano di nuovo Bongor e il vescovo ci ha chiesto di riprendere non solo quella parrocchia, ma anche quella di Mulku. Quindi al rientro mi sono trovato di nuovo a Siyeke con Carlo, raggiunti poi da un nuovo confratello messicano . Ho ripreso la parrocchia di Jarway e sono stati gli anni più belli. Dopo aver terminato il dottorato in linguistica nel 1999, nel 2000 ho insegnato all’Università di N’Djamena “metodologia della ricerca linguistica”. Collaborando con l’Università di Sassari, poi Pisa, Viterbo, Napoli, L’Aquila, sono venuto in contatto con il mondo accademico italiano oltre chè con quello francese. 
Il primo contatto avviene, per puro caso, con il Prof. Mario Atzori, dell’Università di Sassari. E’ stato lui a farsi promotore di un progetto di ricerca in Ciad e di un accordo di collaborazione tra la sua Università e quella di N’Djamena. Dopo un colloquio a Sassari, con la presenza del Ministro dell’Insegnamento Superiore, il Rettore dell’Università e il Direttore dell’Istituto Nazionale di Scienze Umane, è stata sottoscritta l’intesa. Al progetto si è unito anche il prof. Roberto Ajello, linguista dell’Università di Pisa, con il quale abbiamo pubblicato un “Lexique comparatif de six langues du Tchadique central” (Edizioni Plus, Pisa 2001). A questo ha fatto seguito una raccolta di testi orali masa “I Masa: Tradizioni orali della savana in Ciad” (Edizioni Plus, Pisa 2002). 
Nel 2003, dopo un anno di aggiornamento in Italia, sono stato inviato in Camerun, nella missione di Jugumta, abitata dai Gizey, un’altra popolazione parlante una lingua del gruppo masa, ma abbastanza diversa. Ho dovuto mettermi a studiare nuovamente. 
Intanto alla nostra équipe si è aggiunto anche il prof. Amedeo Dedominicis, fonologo dell’Università della Tuscia, il quale ha organizzato, nel settembre del 2005, un convegno “Undescribed and endangered languages: the preservation of linguistic diversity”, durante il quale sono stati presentati i risultati delle ricerche della nostra équipe nel paese Gizey. Gli atti sono poi stati pubblicati nel 2006 da Cambridge Scolar Press in Gran Bretagna. Nel 2006 è uscito anche il “Dictionnaire Masa-Français. Dialectes Gumay et Haara (Editrice Democratica Sarda, Sassari 2006) 
Grazie ai finanziamenti dell’Università per le ricerche in comune è stato possibile anche dare alle stampe il “Dictionnaire Gizey-Français, suivi d’une liste lexicale Français-Gizey”, in collaborazione con il prof. Ajello (Edizioni ETS, Pisa, 2008). 
E’ stata poi la volta dei prof. Luigi Gaffuri, geografo dell’Università dell’Aquila, e Valerio Petrarca, antropologo dell’Università Federico II di Napoli, con i quali ho iniziato una monografia della tribù Gizey in corso di stampa. Alcuni risultati sono stati presentati nel 2011 al convegno del Reseau Méga-Tchad à Napoli, i cui atti sono in stampa. 
Naturalmente, essendo prete e missionario, ho sempre continuato a occuparmi di una parrocchia, con due équipe di catechisti, ho tradotto prima i Quattro Vangeli in masa e poi in gizey, la traduzione dei nuovi catechismi e i messali, sempre nelle due lingue, la revisione dei vecchi lezionari della domenica. 
Grazie poi alle Editions karthala, ho potuto finalmente far pubblicare i racconti masa che i pp. Goulard e Ferrer avevano raccolto in Ciad negli anni 70: “Contes masa d’Ecureuil et de Sauterelle (Tchad)” (Karthala, Paris 2009). 
Nel febbraio del 2008 è stato poi realizzato il film “L’uomo che cerca parole”, in cui interpreto me stesso, grazie all’amico artista Mario Ghiretti di Parma che, attraverso la mia storia di sardo-prete-linguista, ha voluto mostrare l’Africa in un modo molto diverso dai soliti stereotipi. Il DVD del film è allegato al volume dello stesso titolo (Edizioni EMI) in cui Mario racconta la genesi di questo film. E’ grazie a questo lavoro, presentato in vari festival, che la mia vicenda è stata resa pubblica e i Circoli dei Sardi d’Italia mi hanno candidato al premio “Navicella d’Argento”, conferita poi a Castelsardo insieme ad altri sardi, più illustri di me, che hanno onorato la nostra isola con il loro lavoro. 
Da quando sono arrivato in Ciad nel 1985, e nel 2003 in Camerun, non ho mai smesso di studiare le lingue e le culture locali, le loro tradizioni, raccogliendo la loro letteratura orale, i miti, le genealogie. Per questo a un certo punto è nata l’idea di un centro dedicato alle culture locali. Il vescovo di Yagoua, Mons. Bushu, aveva in progetto una serie di musei, uno per ogni etnia della diocesi. Mi mise a capo della commissione che doveva occuparsene, ma io dissi subito che un museo poteva bastare. Il prof. Mario Atzori di Sassari, che insegnava museologia, mi fece fare il progetto da un architetto suo futuro successore nella cattedra e il progetto parti. Bisognava cercare il soldi per realizzarlo e P. José Ferrer, gesuita spagnolo che aveva vissuto a lungo in Ciad e Camerun con i Masa, anche lui discepolo del P. Goulard, che ora dirigeva il museo dei gesuiti di Spagna, si era offerto di cercare i finanziamenti, ma con la clausola che il centro doveva essere una istituzione laica, aperta a tutti e non un’opera della sola chiesa cattolica. Così fu creata una associazione con membri fondatori il comune di Yagoua, la diocesi di Yagoua, Sana Logone (associazione locale di sviluppo), Globalmon (l’associazione spagnola del p. Ferrer) e AfricaDegna ONLUS della Sardegna. Con alterne vicende dovute alla crisi economica sopraggiunta nel frattempo in Europa, si è potuto comunque realizzare il blocco del centro culturale comprendente la biblioteca, sala conferenze, punto internet aperto al pubblico, inaugurati il primo settembre 2011. Nel 20013 sono poi incominciati i lavori per il museo, realizzando quattro delle otto sale previste. 
Dal 2011 ho lasciato la responsabilità della parrocchia di Jugumta, dove vado solo per le messe della domenica in attesa che il vescovo trovi un sostituto, e lavoro a tempo pieno a questo progetto in favore delle culture e della gioventù della nostra zona. In un mondo in profondo cambiamento, in cui le nuove generazioni sono disorientate, tra passato tradizionale non più accettato e futuro non molto chiaro, credo sia importante lavorare con loro perché questo futuro sia migliore e della modernità non si prendano solo le cose più negative. Il Centro comincia a essere frequentato dagli studenti – è l’unico posto a Yagoua dove trovano i libri di testo che loro naturalmente non possono permettersi di comprare – e tramite internet si rende accessibile il mondo esterno. Intanto collaboriamo con le istituzioni e con varie associazioni locali. Il lavoro non manca, speriamo che la Provvidenza, che ha ben svolto il suo lavoro di provvedere, continui a farlo per farci andare avanti. 
In questi ultimi dieci anni ci sono stati anche importanti sviluppi a carattere sociale: la creazione di una cooperativa per le donne di Jugumta, la creazione di un Gruppo di Intervento Comune (pre-cooperativa a carattere agricolo che gestisce una fattoria scuola con annesso impianto di piscicoltura) per aiutare i giovani rurali a migliorare il loro lavoro.

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